Da Il Ticino, 15 maggio 2026
Il decreto legge 30 aprile 2026, n. 62 (c.d. Decreto Primo Maggio), in attesa di conversione, presenta diversi contenuti interessanti in materia di lavoro. A ragione i mezzi di comunicazione si sono focalizzati soprattutto sull’art. 7 in materia di “salario giusto”. La disposizione presenta elementi condivisibili e altri critici.
Un primo elemento condivisibile è di rendere obbligatorio il salario previsto dai contratti collettivi. Bene ha fatto il governo a non perseguire la strada del salario minimo legale, come avrebbe desiderato una parte del mondo politico e sindacale. Il salario minimo legale, infatti, provocherebbe facilmente la fuga dei datori di lavoro dalle proprie associazioni di categoria, indebolendo così anche la contrattazione collettiva. Inoltre, la misura solo apparentemente tutelerebbe i lavoratori: in periodi di difficoltà economica, le imprese premerebbero per una riduzione dei livelli salariali dei lavoratori di media e alta qualificazione professionale.
Un secondo elemento condivisibile è di rendere obbligatorio il trattamento economico complessivo (dunque, non solo il minimo tabellare) dei contratti collettivi stipulati dai sindacati comparativamente più rappresentativi a livello nazionale. Questa soluzione, da ora in poi, impedirà che si possano validamente applicare salari negoziati da sindacati di scarsa o nulla capacità rappresentativa, contrastando il “dumping contrattuale” (una sorta di concorrenza sleale tra sindacati a danno soprattutto dei lavoratori).
Resta un elemento critico: per stabilire quali sono i sindacati comparativamente più rappresentativi, non c’è altra soluzione che disciplinare la misurazione della rappresentatività sindacale, come richiede l’art. 39 della Costituzione. Occorre un governo che abbia il coraggio, a quasi ottant’anni dalla approvazione della Carta fondamentale, di attuare tale norma.
Marco Ferraresi